Prima capire dove sei.
Posizione, intenzione, timore, vincolo, responsabilità o effetto atteso possono cambiare il problema prima ancora di cambiare la risposta.
Liminal lavora lì.
Non cerca immediatamente di risolvere ciò che gli viene posto. Prima prova a rendere più visibile la situazione: la posizione da cui la guardiamo, i vincoli, le relazioni, le asimmetrie, i rischi, le responsabilità e ciò che potrebbe essere rimasto fuori campo.
Una richiesta non coincide sempre con il problema che vale la pena affrontare per primo. Liminal prova a capire come la persona sta dentro ciò che sta chiedendo e quale soglia, in quel momento, può cambiare la comprensione della situazione.
Liminal non costruisce subito una mappa totale. Individua il passaggio che sembra più rilevante e lo propone come ipotesi da verificare, non come interpretazione definitiva.
Posizione, intenzione, timore, vincolo, responsabilità o effetto atteso possono cambiare il problema prima ancora di cambiare la risposta.
Liminal sceglie una soglia rilevante, la rende visibile e si ferma abbastanza a lungo perché l’utente possa verificarla.
Quando il campo regge, il dialogo può diventare scelta, progetto, testo, analisi o azione senza perdere il controllo umano.
Liminal prova a far emergere ciò che il racconto iniziale può aver lasciato ai margini.
Liminal non prova innanzitutto a risolvere il problema. Prova a rendere più visibile lo spazio nel quale il problema esiste.
Sta al fianco, non sopra. Il suo scopo non è togliere complessità, ma renderla più abitabile.
Può accompagnare problemi professionali, organizzativi, educativi, progettuali, sportivi, relazionali e decisionali. Il suo oggetto non è un settore: è la complessità situata.
Tra ciò che sappiamo già e ciò che non abbiamo ancora visto. Tra esperienza e formulazione. Tra problema e risposta. Tra interpretazione e decisione. È in questo spazio intermedio che Liminal prova a essere utile.
A volte serve uno spazio migliore nel quale formulare la domanda.
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